SIGNORI ARTE

di Alessandro Signori
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Giorgio Chiesi (1941)

Chiesi olio e collage su tela cm 50x60 1996

Giorgio Chiesi (1941)

 

Nasce in provincia di Reggio Emilia. La famiglia si trasferisce a Milano, dove Chiesi completa gli studi. Fino ai primi anni Sessanta svolge varie attività e il lavoro non gli permette di dedicarsi a pieno tempo alla pittura, che già si manifesta come il suo interesse primario. Conosce nel frattempo alcuni artisti e tra questi, in particolare Enzo Vicentini e Gianfranco Ferroni; con il loro incoraggiamento comincia a dedicarsi completamente all’arte,- facendo 80 personali e 80 collettive in tutta Italia in gallerie private e spazi pubblici, tra cui al palazzo Venezia ROMA-. La ricerca del suo segno e del suo stile, lo studio dei soggetti lo accompagnano fino ad oggi. Nel 1970 conosce Giuseppe Migneco e ne frequenta assiduamente lo studio approfondendo così i suoi interessi culturali con il mondo dell’arte. Nel 1979 organizza in galleria a Firenze la prima personale. Il percorso artistico parte dal realismo sociale degli anni ’60 dove con Gianfranco Ferroni, Vespignani, Cappelli e Sughi già sperimentavano nuove tecniche essendo alla continua ricerca di nuove e particolari creazioni. Prosegue poi negli anni ’70 con lo studio approfondito di Bacon e Giacometti; rielaborando e metabolizzando queste conoscenze il maestro crea le prime figure che urlano, prevenendo la disperazione dell’umanità, un mondo che appariva già senza futuro ma travolto da un finto benessere, un benessere materiale ed apparente, lo stesso che ci sta distruggendo e annientando oggi tutti. L’urlo prosegue anche negli anni ’80, non più con immagini distorte nel dolore ma gridando con la stessa forza utilizzando il colore, dando alle figure quel tono grigio della morte apparente, non del corpo ma dell’anima e della mente. Passando poi negli anni ’90 ad una pittura con una sorta di ribellione delle cose, dipingendo gli oggetti e le cose di tutti i giorni e di tutte le ore in un’assolutezza formale: oggetti totemici, nuova civiltà del vedere, una pittura fantastica e ludica. Ecco allora queste grosse teste eseguite nel 2000 con gestualità senza ripensamento, vuote da ogni loro pensiero ed instradate da vari divieti e cartelli che indicano loro, senza il loro volere, la strada da seguire. I soggetti sono poi contornati da auto, cellulari e lampade ossia tutto quello che la tecnologia moderna ci propone, il tutto eseguito da un primitivismo infantile che ci fornisce suggestioni, suggerimenti e materia di pensiero per il nostro futuro. Le figure sono infatti il segno più libero della pittura – non pittura, vista e colta sui muri delle città, nelle gallerie della metropolitana e nelle stazioni ferroviarie, che rielaborata poi dal profondo io dell’artista sfocia in un espressionismo gestuale senza ripensamenti. Proseguendo negli anni 2010, con la ricerca ossessiva del solo colore, con segni, graffi materici, collage, per arrivare ad una essenzialità totale, unica e realistica.

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